Esecuzione con depistaggi di Stato


Luciana Alpi
ESECUZIONE CON DEPISTAGGI DI STATO
978-88-7953-308-9 − pagg. 314 − € 20,00


L’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin,
e le manovre per nascondere killer e mandanti.

 

«Il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, vennero uccisi con una esecuzione mia figlia Ilaria Alpi (giornalista della Rai-tv) e il cineoperatore Miran Hrovatin. Da quel giorno si sono susseguite commissioni governative e parlamentari, il lavorìo di 5 diversi magistrati, svariati processi, ma è stata una specie di terribile messinscena inutile. Fra omertà, depistaggi, manovre e veleni, si è arrivati al punto di condannare e incarcerare per 16 anni un innocente (Omar Hassan Hashi), pur di coprire killer, mandanti e movente del doppio delitto di Mogadiscio.

Il 19 ottobre 2016 la Corte di appello di Perugia ha perlomeno rimediato allo scandalo aggiuntivo, scarcerando l’incolpevole Omar Hassan Hashi. E nelle motivazioni della sentenza, i giudici perugini hanno scritto di “attività di depistaggio di ampia portata” culminata appunto nella condanna del “capro espiatorio” Omar Hassan. In pratica, la sentenza parla di un falso testimone prezzolato, protetto e manovrato da settori di apparati dello Stato italiano, per far condannare un innocente, allo scopo di depistare la ricerca della verità sul delitto Alpi-Hrovatin.

Per tenere vivo il ricordo dei fatti, pubblico questo testo che li riassume. Alla riedizione del libro-inchiesta , segue una breve rassegna stampa, e infine il testo integrale delle motivazioni della sentenza della Corte di appello di Perugia. A futura memoria».

Luciana Alpi


Il libro segreto di Adolf Hitler


A cura di Giorgio Galli
IL LIBRO SEGRETO DI ADOLF HITLER
978-88-7953-304-1 − pagg. 294 − € 20,00


«Mentre Mein Kampf fu revisionato per la pubblicazione, questo libro non venne mai ritoccato. Riflette il vero Hitler, ed è perciò ancora più importante per lo studio del nazismo»

GERHARD L. WEINBERG


«Questo testo, scomparso per molto tempo, è il secondo libro hitleriano, oppure il terzo se si considerano singolarmente i due volumi del Mein Kampf. È accertato che Hitler dettò almeno una parte di quest’opera nel maggio del 1928, e un’altra parte è identica a un discorso pronunciato dal futuro Führer a Berlino il 13 luglio 1928.
Hitler dettò questo testo direttamente all’editore Max Amann, e ne vennero fatte due copie, delle quali solo una è stata ritrovata. Hitler impartì l’ordine tassativo che quest’opera fosse mantenuta segreta, e nel 1935 il manoscritto fu collocato in un rifugio antiaereo. Nel 1945 il documento venne sequestrato da un ufficiale americano… Nel 1958 Gerhard L. Weinberg rintracciò il testo hitleriano presso l’United States Records Center di Alexandria, in Virginia (Usa).
Queste pagine non sono solo una ripetizione di quanto scritto nel Mein Kampf, e il loro valore di documento storico è anche nelle argomentazioni, nei dettagli e nelle sfumature. Di particolare interesse sono le dissertazioni hitleriane sulla Russia, sugli Stati Uniti e sull’esercito tedesco… È fatale che le parti più interessanti del libro “segreto” trattino di questi tre argomenti, poiché la Wehrmacht, la Russia e gli Stati Uniti d’America saranno alla base dei più gravi errori del Führer, errori fatali per le fortune del Terzo Reich».

TELFORD TAYLOR


Leggi la

Nota editoriale


Jim Morrison Wanted!

 


William Mandel [a cura di]
Jim Morrison Wanted!
978-88-7953-306-5 − pagg. 272 − € 18,00


Ribellioni, canzoni, erezioni, imprecazioni, incisioni, esibizioni, trasgressioni, show, sbronze, provocazioni, allucinazioni, repressioni, sballi, masturbazioni, poesie, invettive… L’epopea morrisoniana nei Doors.

Matteo Salvini Sottovuoto spinto


Michele De Lucia
MATTEO SALVINI SOTTOVUOTO SPINTO
978-88-7953-275-4 − pagg. 176 − € 16,00


Tutto cominciò nella Milano del 1993, quando uno svo­gliato studente universitario (genere italiano medio che più medio non si può) riuscì a farsi eleggere consigliere comunale nelle liste del Carroccio.
Da allora, per un ventennio, il politicante Matteo Sal­vini, seguace del capo leghista Umberto Bossi e suo pu­pillo nella ridente Padania, indossando la camicia verde ha dichiarato guerra agli stranieri e ai rom, ha scatenato una crociata contro gli islamici, ha invocato la castrazio­ne chimica per gli stupratori, ha incitato all’autodifesa armata da Far West, ha collezionato poltrone e poltron­cine, e ha fatto il tifo per il Milan calcio.
Finché alla fine del 2013, dopo che il carismatico Bossi ha concluso la carriera nelle cronache giudiziarie, Salvini ne ha preso il posto come nuovo leader della Lega nord. E parlando all’intestino degli elettori, sospinto dai son­daggi ha condotto il Carroccio verso la destra estrema, fino a intendersela con neofascisti e xenofobi italiani e esteri, al grido di: «I moderati non esistono: esistono normali borghesi che ne hanno le palle piene». E anche: «Chi evade le tasse per sopravvivere non è un evasore ma un eroe».

MICHELE DE LUCIA (Roma, 1972), laurea­to in legge, ex tesoriere di Radicali italiani, co-fondatore dell’associazione Anticleri­cale.net, con Kaos edizioni ha pubblicato: Siamo alla frutta (2005); Il baratto (2008); Dossier Bossi-Lega nord (2011); Se questo è un giornalista (2011); Al di sotto di ogni so­spetto (2013); Il Berluschino (2014).

La maledizione di Victor Frankenstein

 


Peter Douglas
LA MALEDIZIONE DI VICTOR FRANKENSTEIN
978-88-7953-292-1 − pagg. 160 − € 15,00


La scrittrice britannica Mary Shelley (1797-1851) – figlia dei fi­losofi Mary Wollstonecraft e William Godwin, e moglie del poeta Percy Bysshe Shelley – pubblicò Frankenstein, or the modern Prome­theus (Frankenstein, o il moderno Prometeo) nel 1818, all’età di vent’anni. Concepito quasi per gioco, il romanzo ottenne un tale suc­cesso che le procurò un’imperitura fama letteraria.

In questa nuova versione del celeberrimo Frankenstein, il giova­ne scrittore inglese Peter Douglas si è cimentato in una generale “revisione per sottrazione” del testo originario, apportando alla trama alcune variazioni tese ad accentuarne i molteplici assunti tematici.

Leggi il Prologo

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Remake. Nuove traduzioni, trame inedite, altri personaggi: i migliori romanzi classici restaurati, rinnovati, riscritti.

Obladì-obladà. Le interviste dei Beatles 1962-1968

 


William Mandel [a cura di]
OBLADÌ-OBLADÀ. LE INTERVISTE DEI BEATLES 1962-1968
978-88-7953-291-4 − pagg. 340 − € 20,00


Antologia delle interviste e delle conferenze-stampa dei Beatles (John Lennon, Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr), pubblicate dai giornali e diffuse da tv e radio negli anni dal 1962 al 1968.

La prima intervista radiofonica – Monty Lister, Radio Clatterbridge, 27 ottobre 1962:

Stasera abbiamo il grande piacere di salutare un gruppo emergente del Merseyside, i Beatles. Conosco soltanto i loro nomi…

Dunque, tu sei John Lennon, vero? Che ruolo hai nella band? «Suono l’armonica e la chitarra ritmica, e interpreto le parti vocali… come le chiamano».

Poi c’è Paul McCartney. E tu cosa fai? «Suono il basso e… canto, almeno secondo me… lo chiamano così, vero?».

Poi c’è George Harrison: «Buongiorno, eccomi… Io sono chitarrista solista e provo a cantare».

E laggiù c’è Ringo Starr. Tu sei nuovo della band, vero Ringo? «Sì, umm, oggi fanno nove settimane… Sono il batterista!».

Pink Floyd. Ummagumma

 


James Federici [a cura di]
Pink Floyd Ummagumma
978-88-7953-301-0 − pagg. 318 − € 20,00


 

Syd Barrett: «Io mi considero un pittore. C’è stato un momento in cui mi sono dedicato alla musica perché mi sembrava la cosa migliore da fare, ma dentro di me volevo dedicarmi soprattutto alla pittura… Comunque mi piace fare canzoni eccitanti e colorite. Non sono molto bravo a cantare, però mi piace farlo, e mi piace scrivere delle esperienze che faccio. Alcune sono così forti da risultare quasi assurde…».
Roger Waters: «Non mi interessa quello che vuole l’industria discografica: io non scrivo musica per i discografici, ma per il pubblico. Sono quelli che mi ascoltano, che mi fanno capire se il mio lavoro ha o no un senso».
David Gilmour: «Volevo suonare il blues, ma quando i Pink Floyd mi hanno chiesto di suonare con loro non potevo non accettare: mi sono trovato davanti una band in difficoltà per le condizioni di Syd, ma musicalmente era come avere davanti un foglio bianco, sul quale creare fantastici nuovi suoni».
Richard Wright: «Non tentiamo di vendere noi stessi, ma soltanto la nostra musica. Abbiamo adottato questa linea di condotta fin dall’inizio. Non abbiamo mai avuto un agente pubblicitario e non ne abbiamo mai sentito il bisogno. Non andiamo alle feste mondane, così come non frequentiamo i locali di Londra. Per strada la gente non ci riconosce, e se anche lo facesse non sarebbe un problema».
Nick Mason: «I Pink Floyd non sono mai stati una band che fa leva sul sesso: noi non ci mettiamo a saltellare qua e là per il palco, con il pacco bene in vista! I nostri fan non ci hanno mai considerato sexy – salvo il pubblico di Belfast che, chissà perché, appena ci ha visto è andato in delirio».

Led Zeppelin. Forever

 


Alex Romeo [a cura di]
LED ZEPPELIN FOREVER
978-88-7953-300-3 − pagg. 256 − € 18,00


 

Jimmy Page: «Mi sono sempre sentito in debito verso il rock… Mi ci sono dedicato fin da giovanissimo, perché quei suoni mi hanno fatto scattare qualcosa dentro, e mi hanno fatto provare la voglia di farne parte anch’io. Era un’emozione, e mi faceva venire i brividi alla schiena… Oggi sono ancora alla ricerca di un angelo con un’ala spezzata. Non si trovano molto facilmente, di questi tempi».
Robert Plant: «Mi sono definito con l’espressione “re del rock del cazzo” perché una volta mi è capitato di vedere il mio uccello e i miei coglioni in primo piano su un giornale di New York… Comunque, non rinnego niente».
John Paul Jones: «La prima volta abbiamo suonato insieme in una stanzetta di Gerrard Street, a Chinatown, e il poco spazio era talmente ingombro di amplificatori che non riuscivamo a muoverci… Jimmy cominciò a suonare il riff di Train Kept A-Rollin’: quando partimmo tutti quanti, la stanza sembrò sul punto di esplodere».
John “Bonzo” Bonham: «Il gruppo funzionava così bene che di punto in bianco abbiamo deciso di ricominciare da capo con un nuovo nome: a Keith Moon è venuto in mente Led Zeppelin, però nessuno ci proponeva un ingaggio decente – ci offrivano 25 sterline a serata. Quindi siamo andati negli States a fare il primo tour, e boom!».
Richard Cole [road manager Usa degli Zeppelin]: «Gli abusi di sostanze varie cominciarono durante il pri mo tour, e a passo di carica… L’alcol diventò il nostro primo compagno di viaggio. Girava anche parecchia marijuana, e a volte ci facevamo qualche sniffata di coca… Fin dai primissimi anni, i tour dei Led Zeppelin erano inzuppati dall’alcol – champagne, birra, vino, whisky, gin – e farciti di droghe».